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Gli ingegneri e un cammino ancora nebuloso
verso l'integrazione europea

Il lento processo di integrazione degli ordinamenti degli Stati membri dell'Unione Europea ha permeato quest'anno anche il Congresso degli Ordini degli Ingegneri d'Italia - il 47º - che si è svolto a Sanremo a settembre.

Già al Congresso di Firenze del 1959 furono sviluppate le prime riflessioni sul ruolo della professione in vista dell'ingresso nel Mercato Comune ("L'esercizio della professione in Europa in vista del MEC"). Nel Congresso di Bolzano del 1967 si parlò de "La problematica dell'inserimento degli ingegneri in relazione all'esercizio professionale nei paesi del MEC". Al congresso di Bologna del 1979 il tema fu "L'ingegnere nella nuova realtà europea".

Il tema proposto quest'anno sembrava andasse un po' controcorrente, dopo alcuni congressi che avevano impostato il dibattito su ambiente, sicurezza, qualità. Ma il titolo del Congresso ("L'Ingegnere in Europa: una professione in evoluzione") non ha impedito che il discorso scivolasse spesso su altre problematiche di grande attualità e importanza, quali il nuovo sistema universitario, la nuova disciplina dell'ordinamento professionale degli ingegneri (e di altre categorie professionali: architetti, agronomi, etc.), la riforma del sistema ordinistico.

Qualche anno fa, a partire praticamente dalla famosa delibera dell'Antitrust, che sembrava dovesse portare a breve all'azzeramento degli Ordini professionali in Italia, e dalle iniziative del governo Prodi, si ebbero le prime sostanziose avvisaglie di riforma. Ma successivamente si è presa consapevolezza, sia presso le componenti politiche ed istituzionali che presso le categorie professionali interessate, che il processo di riforma, seppur necessario, non poteva stravolgere improvvisamente e radicalmente tutto il meccanismo stratificatosi nel tempo. D'altra parte le sempre più frequenti decisioni della Corte di Giustizia dell'Unione Europea in materia di professioni hanno fatto emergere le lacune e le differenze degli ordinamenti dei vari stati membri.

L'impressione è che la strada da percorrere sia lunga: è ancora da vedere come possa poi realizzarsi nella pratica l'armonizzazione su scala europea e con quali strumenti. Allo stato attuale l'armonizzazione appare ancora irta di difficoltà e di non facile soluzione, per le notevoli differenze, sia strutturali che culturali, che ancora esistono in materia di istruzione, di legislazione, di mercato, di libertà di stabilimento.

L'AUTORE.
L'ingegner Paolo Steri
svolge l'attività di libero professionista
nel campo dell'ingegneria civile.
telefono e fax: 070.496650
e-mail: steri.ingpaolo@tiscalinet.it

Documenti: la mozione
approvata dal 47º Congresso

Attualmente sono in discussione presso il Parlamento Europeo due direttive che ci riguardano direttamente: la prima su appalti, forniture e servizi, la seconda sul riconoscimento delle qualifiche professionali. Quest'ultima in particolare è stata approvata nel marzo scorso dalla Commissione Europea ed attualmente è all'ordine del giorno della Commissione giuridica del Parlamento UE. Relatore per entrambe è l'on. ing. Stefano Zappalà (Forza Italia), che al Congresso ha svolto una relazione ed ha raccolto le voci (per lo più preoccupate) degli intervenuti. Le altre relazioni principali sono state svolte dal ministro per le Politiche Comunitarie on. Rocco Buttiglione, e dall'avv. Antonio Preto, consigliere della "Commissione giuridica e per il mercato" del Parlamento Europeo.

Il ministro Buttiglione è intervenuto il primo giorno di Congresso, rilevando anzitutto che l'Italia è impegnata a difendere con energia il sistema continentale delle professioni e a frenare l'avanzata del modello anglosassone delle royalties. Il ministro ha però rappresentato la necessità di contemperare il modello del professionista come è concepito nei paesi anglosassoni (fortemente orientato al mercato) con quello a impostazione pubblicistica, tipico di Italia, Francia e Germania (anche se questi sistemi non sono del tutto omogenei fra loro). Quest'ultimo riconosce al professionista una funzione pubblica, erigendo gli Ordini a custodi di un patto con la società; il professionista, nell'esercitare la propria attività (che ha valenza pubblica), secondo criteri di equità ed eticità, è sottoposto quindi a forme di controllo di tipo pubblicistico. È però necessario snellire i carichi burocratici e sgombrare il campo da atteggiamenti corporativi.

Non appare semplice neanche risolvere il nodo dell'equipollenza dei titoli. Il ministro ha evidenziato quali siano le possibili strade da seguire: una direttiva pesante, che preveda oltre alle discipline settoriali già definite anche una direttiva specifica per gli ingegneri; oppure una direttiva leggera che rispetti il generale diritto-dovere degli Stati di partecipare alla legislazione, dando loro più spazio, e stabilendo solo principi e linee guida per il riconoscimento delle qualifiche. In tale contesto potrebbe essere preservata la specificità italiana, e il ministro ha affermato di propendere per questa seconda soluzione, tesi su cui ha concordato anche l'on. Zappalà.

Il ministro Buttiglione ha poi rimarcato l'eticità della professione in Italia, spingendosi a definirla addirittura un "sacerdozio laico". Ha evidenziato anche gli aspetti connessi con la Bassanini e con la devolution: secondo il ministro, allo stato attuale la loro alchimia equivale al caos. È necessario il coordinamento delle competenze, allo Stato spetta il diritto di indirizzo e coordinamento, che però manca nella Bassanini. Sulla riforma dell'Università, il ministro ritiene urgente il confronto con il ministro Moratti, per capire dove sia necessario intervenire per correggere il sistema. Sul DPR 328, Buttiglione si è limitato a dire che va rivisto, in particolare nelle parti che riguardano i percorsi professionali e l'accesso alla professione di ingegnere; per altro il regolamento non deve essere confuso con la direttiva, che deve essere a maglie larghe e non eccessivamente precisa, ma lasciare spazio agli Stati per poter adattare le specifiche peculiarità.

L'ing. Sergio Polese, presidente del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, nei suoi interventi è apparso un fiume in piena. Ha dato un giudizio sostanzialmente negativo sulle attuali proposte della Commissione, ritenendo che l'UE stia sancendo una diversità di trattamento tra professionisti. Ad esempio, per le professioni sanitarie si sanciscono requisiti minimi per tutti, per gli architetti esiste già una piattaforma specifica, mentre gli ingegneri, tutori del territorio e della sicurezza, risultano relegati nelle indicazioni generali.

A proposito del riconoscimento delle qualifiche professionali, Polese ha posto l'accento sul fatto che la direttiva deve contenere paletti precisi per tutelare i professionisti e i cittadini e impedire che il mutuo riconoscimento si trasformi in un'assenza totale di regole. Riguardo la direttiva appalti, forniture e servizi, Polese ha espresso la sua contrarietà su alcune norme che sembrano non tutelare sufficientemente il professionista, osservando, fra l'altro, che è inammissibile il subappalto nell'ambito dei servizi intellettuali.

Il presidente del CNI ha dichiarato anche di non essere d'accordo con il collegato alla Finanziaria in materia di appalti, dicendo che non si può assommare il ruolo di chi esegue con quello di chi progetta, in quanto c'è una commistione di interessi se l'impresa ha il professionista al proprio interno, dal momento che questi deve rispondere a chi gli dà l'incarico. Polese è intervenuto negativamente anche sul DPR 328, definendolo "una delle peggiori iatture che ha investito la categoria negli ultimi anni". Il decreto genera confusione, non c'è chiarezza tra le competenze, i cittadini non sono in grado di discernere tra geometra, ingegnere junior, ingegnere senior, perito edile: come fa il cittadino a individuare chi può risolvere il suo problema contingente?

Secondo il presidente del CNI, il tentativo di distinguere i due ruoli - ing. junior e ing. senior - sulla base della demarcazione tra progettazione di elementi semplici che richiedono procedure standard e sistemi complessi, è troppo generico e come tale rischia di creare confusione tra i cittadini. È appena il caso di notare che la delibera dell'Antitrust del 1997 individuava la presenza degli Ordini come la principale causa della cosiddetta "asimmetria informativa", secondo cui il cittadino/utente non sarebbe stato in grado di capire in maniera soddisfacente che cosa faccia il professionista al quale si rivolge. L'attuale assetto, così come desumibile dal DPR 328, non può dirsi che vada in una direzione migliorativa.

Della direttiva sul riconoscimento delle qualifiche professionali si è parlato anche al workshop tenutosi a Pomezia la settimana successiva al Congresso, incontro a cui hanno partecipato, oltre a Zappalà, anche il ministro Buttiglione, funzionari della Commissione UE e varie rappresentanze delle professioni europee.

L'intervento dell'avv. Preto ha messo in guardia sui rischi di una globalizzazione selvaggia: non può esistere un mercato senza regole, altrimenti si produce ingiustizia e prevaricazione del forte sul debole. Secondo Preto l'attuale indisponibilità di una specifica direttiva europea è giustificata dalla notevole articolazione della professione di ingegnere. Il trattato CE comprende le libere professioni intellettuali fra i servizi, tuttavia esso non dice quali siano le libertà delle libere professioni. Nemmeno gli Stati membri prevedono una definizione giuridica precisa e incontestata di libera professione. Da parte sua la Corte di Giustizia ha inserito l'attività dei liberi professionisti tra l'attività d'impresa. Secondo Preto è importante insistere sulla missione di interesse pubblico svolta dall'ingegnere, perché lo svolgimento di tale mansione modula e limita l'applicazione delle regole di concorrenza e del libero mercato, e la stessa libertà di circolazione.

L'occasione per sciogliere tale nodo può essere la nuova convenzione europea, marcando la diversità del libero professionista, che può pure essere un imprenditore, ma facendo anche risultare la natura diversa del servizio che egli svolge. D'altronde già la Carta dei diritti fondamentali prevede all'art. 15 la libertà professionale, mentre la libertà d'impresa trova la sua enunciazione nell'art. 16. Se i redattori della Carta avessero considerato professione e impresa come equivalenti, non avrebbero introdotto due articoli diversi. Dunque se l'ordinamento comunitario prevede che l'ingegnere libero professionista sia un imprenditore, esso consente tuttavia che il professionista sia dotato a livello europeo e nazionale di uno statuto speciale in relazione alla natura del servizio che svolge, e dunque alla necessità di tutelare l'interesse pubblico; uno statuto che lo distingua dall'imprenditore commerciale tout court.

La proposta della Commissione Europea mira al libero mercato nel senso di libera circolazione e assoluta mobilità per realizzare l'economia della conoscenza, grande obiettivo del vertice di Lisbona. Tutto ciò viene realizzato attraverso il principio del mutuo riconoscimento. Ma il mutuo riconoscimento, se non è accompagnato da standard comuni, provoca la corsa al ribasso, alla ricerca del titolo a minor costo.

Per quanto riguarda gli ingegneri, le discipline di riconoscimento della qualifica in caso di libertà di stabilimento oggi previste nei vari Stati membri sono diverse, come pure sono diverse le regole relative all'accesso alla professione. In alcuni Paesi quella dell'ingegnere è una professione regolamentata, vale a dire che lo Stato ne disciplina l'accesso e l'esercizio, mentre in altri non è regolamentata. Il mutuo riconoscimento rischia di spingere ad una armonizzazione al ribasso poiché vi sarà la corsa verso livelli inferiori di formazione o al qualification shopping, vale a dire ad acquisire la qualifica laddove è più facile, per poi esercitare la libera prestazione di servizi.

La standardizzazione può avvenire in due modi: come propone la Commissione Europea, attraverso piattaforme comuni proposte dall'organismo professionale. Oppure attraverso l'inserimento nella direttiva di un corpus di regole tali da standardizzare il tipo di formazione necessario per ottenere il riconoscimento automatico. Non si partirebbe dal nulla: la piattaforma FEANI che ha creato l'EurIng è secondo Preto una buona base; essa prevede sette anni di formazione regolamentata con 3 di università, 2 a scelta fra università, tirocinio o esperienza professionale, più altri due di esperienza professionale.

Il sottosegretario al Ministero dell'Istruzione e Università, sen. Maria Grazia Siliquini (Alleanza Nazionale) ha incentrato il suo intervento sul DPR 328/2001, anticipando modifiche e un nuovo disegno di legge di disciplina sull'accesso entro novembre. La volontà dell'esecutivo, e in particolare del MIUR, pare quella di mettere la parola fine sull'annosa vicenda dell'accesso agli Ordini e Collegi tecnici, sulla quale, dopo l'introduzione del decreto, pendono diversi ricorsi al TAR.

La sen. Siliquini ha affermato che entro ottobre 2002 partiranno le audizioni con tutte le categorie interessate dal processo di riforma iniziato dal DPR 328/2001: sia quelle che sono dentro sia quelle che sono state escluse dal decreto, ha chiarito il sottosegretario, alludendo in particolar modo agli informatici, che chiedevano di essere ammessi nell'Albo degli ingegneri, ma che, in assenza di questa autorizzazione, sono ancora in attesa di una disciplina ad hoc.

Per la riforma dell'Università invece bisognerà attendere che la commissione ministeriale che ha il compito di redigere un testo di modifica del sistema attuale finisca i lavori. Una cosa è certa: il contestatissimo triennio universitario non sarà sostituito, ma affiancato da altri corsi della durata di quattro anni per il ramo giuridico e di cinque per la laurea in ingegneria, estensibile presumibilmente a tutte le professioni tecniche. Un problema ampio che riguarda non solo i criteri per l'accesso agli Albi ma anche la determinazione delle competenze, per non creare sovrapposizioni tra i diversi Ordini e - all’interno di ciascuno - tra le due sezioni previste per i triennali e i quinquennali.

Ma la strada da seguire per correggere il famigerato regolamento non è delle più brevi, anzi il sottosegretario ha ventilato probabili risvolti di legittimità costituzionale: la recente riforma in senso federale demanda infatti alle Regioni il potere regolamentare in fatto di professioni e conferisce allo Stato la funzione di delineare il quadro giuridico generale entro cui quelle possono legiferare in materia. Dunque non sarà possibile mettere a punto un altro decreto come si era pensato in un primo momento, ma si dovrà necessariamente procedere con una legge ordinaria e quindi con un iter più lungo.

A dir la verità non è la prima volta che le professioni si confrontano con il MIUR per il problema dell'accesso. Già nella primavera passata Ordini e Collegi erano stati ricevuti a viale Trastevere e avevano illustrato i problemi da risolvere. Incontri che, ha tenuto a spiegare la sen. Siliquini, sono serviti a mettere in chiaro i nodi irrisolti, mentre "i nuovi incontri serviranno a definire le soluzioni".

Il presidente Polese ha controbattuto che è necessario correggere l'attuale sistema universitario del 3+2, accusato di impoverire il livello formativo dei futuri ingegneri: rimettere mano all'Università è un'esigenza di tutte le professioni tecniche, non soltanto degli ingegneri, ha spiegato Polese, che ha tenuto a precisare che questa riforma non è certo partita dagli ingegneri. La questione più controversa rimane sempre quella del triennio, che non sembra assicurare una preparazione sufficiente a svolgere la professione seppure in modo parziale; meglio sarebbe, dunque, per Polese, ripristinare il quinquennio tradizionale su un percorso parallelo al triennio: percorsi non sostituibili o integrabili fra loro. Il quinquennio rappresenta il percorso ideale per potere accedere alla parte alta dell'Albo.

Ma su questo punto la sen. Siliquini è apparsa ferma: il triennio sarà mantenuto, "per tutelare quei giovani che vogliono entrare al più presto nel mondo del lavoro". E, correggendo alcune indiscrezioni che erano trapelate nelle settimane precedenti sui lavori della commissione De Maio, ha detto che non esiste alcuna soluzione 4+1 all'orizzonte: si sta semmai valutando se occorra piuttosto affiancare al nuovo triennio i vecchi quadriennio e quinquennio. Poiché il 3+2 per tutti è troppo rigido, il sistema sarà reso più flessibile, così da rispondere meglio alle diverse esigenze di studenti e Università. Non è mancato, poi, un riferimento alla bozza di direttiva UE sulle professioni. Il sottosegretario ha concluso annunciando che al più presto sarà aperto un tavolo permanente di lavoro tra il MIUR e il Ministero delle Politiche comunitarie per coordinare gli interventi sui problemi professionali.

In riferimento all'intervento della sen. Siliquini, l'on. Zappalà ha esortato a seguire una linea unitaria, che porti a concordare le riforme sulle professioni tra Italia e Europa: occorre che Governo e Parlamento italiano coordinino le iniziative per fare in modo che l'attenzione sia tutta concentrata su Bruxelles. Fra l’altro, dopo l'audizione del 1o ottobre di tutte le professioni europee comincerà l'esame della direttiva che accorpa 35 normative generali (da quelle artigianali - con la terza media - a quelle superiori) e 7 di settore (superiori, come architetti, medici, infermieri, veterinari: ma non esiste direttiva ingegneri), fatta eccezione per quella relativa agli avvocati. Ora vige il caos, per le professioni su base europea.

Non è comunque escluso che il Parlamento Europeo decida di accorpare nella nuova direttiva tutte le norme sulle professioni, così da armonizzarle e definire principi chiari per tutti. Per riuscire nell'intento è necessaria un'azione coordinata con le istituzioni nazionali. Già il ministro Buttiglione, il primo giorno del Congresso, aveva manifestato la sua disponibilità a studiare una strategia comune assieme a Zappalà, al Ministero dell'Università e ai presidenti delle commissioni competenti di Camera e Senato. Infatti in Parlamento sono giacenti due disegni di legge di riforma dell'ordinamento professionale che, secondo l’on. Zappalà, è necessario raccordare con la nuova normativa europea.

La stessa operazione dovrà farsi per la riforma dell'Università: meglio aspettare e vedere cosa accade prima di definire un nuovo sistema di formazione. D'altronde non si dovrebbe aspettare molto, visto che secondo i calcoli di Zappalà la nuova direttiva potrebbe essere esaminata in prima lettura dal Parlamento in seduta plenaria già il 18 e 19 dicembre e potrebbe essere definitivamente licenziata nel secondo semestre 2003, in concomitanza con la presidenza di turno italiana. In ogni caso Zappalà non ha voluto anticipare le modifiche che intende proporre alla commissione giuridica di Bruxelles per correggere il primo testo, scritto con forte impronta anglosassone e duramente criticato dagli Ordini.

La direttiva appalti è sostanzialmente divisa in due tronconi: da una parte appalti, forniture e servizi (generale), dall’altra trasporti, energia, acqua. In essa vigono diversi diritti: diritto alla libera prestazione di servizi; diritto alla libertà di stabilimento; diritto all'autonomia sull'organizzazione della formazione e dei titoli da parte degli stati membri; diritto al lavoro.

Inoltre sono affermati alcuni principi fondamentali:

  • le prestazioni professionali sono prestazioni intellettuali (quindi non subappaltabili);
  • le prestazioni professionali devono correlarsi strettamente al rapporto qualità/prezzo;
  • ammissibilità dei minimi tariffari, quando le prestazioni sono correlate a interessi rilevanti della collettività;
  • nei concorsi di idee devono sempre essere riconosciuti dei corrispettivi per tutti i partecipanti.

Riguardo l'appalto integrato, Zappalà ritiene che tenda ad annientare le professioni, ma nella fase attuale si è arrivati a una mediazione: progetto preliminare e definitivo liberi, progetto esecutivo nell'ambito dell'appalto integrato. Ciò troverebbe giustificazione nel fatto che la tecnologia è patrimonio dell'impresa esecutrice. Come noto, a proposito dell'appalto integrato il CNI ha assunto da tempo una posizione di totale chiusura e critica al sistema, intravedendo in esso una pericolosa e inutile commistione di interessi.

Nel suo breve intervento, il presidente dell'Autorità di Vigilanza sui Lavori Pubblici prof. Francesco Garri ha posto l'accento sui problemi interpretativi delle norme. Secondo Garri non è vero che le sedi deputate a rappresentare gli interessi di categoria esauriscano la loro funzione nel momento in cui la norma è emanata. La loro funzione si estende anche al momento successivo, che attende all'interpretazione e all'individuazione concreta del contenuto delle norme. Oggi operiamo in uno Stato nel quale non c'è più il concetto di criterio interpretativo imposto, che esisteva in passato, quando erano i ministeri a interpretare le norme e in modo vincolante. Garri ha concluso apprezzando il contributo degli Ordini in quest'azione interpretativa e di indicazione dei problemi, e nella successiva diffusione dei contenuti.

Secondo il sottosegretario al Ministero della Giustizia on. Michele Vietti, non c’è dubbio che sia il momento di premere sull'acceleratore della riforma delle professioni ma è da respingere la trattazione separata delle norme sulle professioni non regolamentate (contemplata in due proposte di legge in esame alla Camera). C’è la disponibilità del Governo a riconoscere un ruolo alle associazioni che rappresentano le professioni emergenti, anche se non con la stessa funzione pubblicistica riconosciuta agli attuali Ordini. Vietti ha definito la proposta CUP una buona base di partenza, per il confronto con le professioni riconosciute, le associazioni e i sindacati; anche se, alla luce della riforma del titolo V della Costituzione, la proposta va asciugata e tradotta in un provvedimento che contenga principi generali e costituisca il quadro di riferimento per le Regioni, che ora hanno competenza concorrente sulla materia.

Quanto al problema dell'accesso agli Albi professionali dopo la riforma del sistema universitario, Vietti frena: il DPR 328/2001 non può essere sospeso né completamente riscritto, come invece richiesto nella mozione finale del Congresso. Vietti ha ammesso che siano necessari alcuni aggiustamenti, e il Ministero della Giustizia, cui spetta il concerto con l'Istruzione, ha tutta l'intenzione di rimetterci mano, esercitando, questa volta, tutta la propria competenza. Ma non è un’operazione che possa farsi dall'oggi al domani. In questo senso quindi i tempi previsti dalla sen. Siliquini - disegno di legge di modifica da presentare in parlamento entro ottobre - si dilaterebbero.

Pungolato da Polese sulla questione tariffe, il sottosegretario Vietti ha reso un chiarimento molto importante sull'attuale situazione delle tariffe professionali dopo la pronuncia del TAR Lazio: fino alla predisposizione ed approvazione di un nuovo regolamento, continueranno ad applicarsi le tariffe di cui al DM 4/4/2001, richiamato dall'art. 17 del collegato alla Finanziaria sulle infrastrutture. È quello che i giuristi chiamano "riferimento recettizio": il collegato ha ricuperato il contenuto del DM indipendentemente dalla forma normativa contenente il decreto, che può anche essere stata stravolta. Anzi, sollecitando i professionisti a inviare una formale richiesta di parere al Ministero di via Arenula, Vietti ha aggiunto che - se serve a rimettere in riga qualche amministrazione riluttante - il Ministero è pronto a mettere nero su bianco, con una nota di chiarimento, che questa è l'interpretazione da seguire.

Il sottosegretario ha poi manifestato apertura sulla possibilità di rivedere i criteri generali di adeguamento delle tariffe per le prestazioni professionali: più che inseguire periodicamente gli indici ISTAT, sarebbe necessario stabilire criteri validi per tutti. Anche per questo ha quindi invitato le professioni a collaborare concretamente con il Ministero, con un contributo di competenze, per mettere a punto una riforma più organica che consenta anche di ritoccare le singole tariffe.

Alla luce di quanto si è potuto vedere e udire al Congresso nazionale di Sanremo, mi sembra opportuno esprimere alcune considerazioni.

1. Anzitutto pare che tutti siano concordi nel ritenere che a livello europeo occorrono strumenti snelli e a maglie larghe, per non comprimere eccessivamente le istanze localistiche degli attuali 15 paesi membri; questo ancor più in vista del prossimo allargamento dell'UE. Il cammino appare solo agli inizi; le disomogeneità dei sistemi nei vari Stati sono profonde e difficilmente conciliabili fra loro.

Spesso si sente parlare di differenze tra l'ingegnere italiano e quello europeo; in realtà, come non esiste una figura univoca e codificata dell'ingegnere italiano (se non l'essere iscritti, per la maggior parte, a un Ordine professionale legalmente riconosciuto), tanto meno esiste una figura unica e omogenea di ingegnere europeo. Secondo lo studio OCSE del 1996 "Regulatory Reform Project" sui "Professional Business Services" (ossia sulle attività professionali in Europa), in Francia e Inghilterra esiste una disciplina meno uniforme della nostra. Per esempio, in Francia esistono già quattro categorie di professioni, ma la professione di ingegnere non è regolamentata, e il titolo non ha neanche valore legale (come invece in Italia). Una delle conseguenze è che i progetti per le costruzioni per le quali è richiesta una autorizzazione (per esempio in Comune) possono essere firmati solo dagli architetti e non da ingegneri, e analogamente per la direzione dei lavori.

In Inghilterra la situazione appare ancora più distante e articolata, con cinque tipi di professioni regolate. Per alcune professioni vi sono più Ordini, talvolta dotate di umbrella body (per gli ingegneri 40 distinti bodies!), cioè di associazioni-ombrello che rappresenta gli interessi delle varie componenti in modo unitario. In teoria, chiunque si ritenga capace di farlo può realizzare opere di ingegneria.

Il fatto che i nodi del diritto di stabilimento e la libera prestazione di servizi (articoli 49 e 43) fossero già enunciati nel Trattato di Roma del 1958 e ancora siano in gran parte irrisolti sembra dimostrare come siano lunghi i tempi in materie come queste, nonostante la corposa giurisprudenza della Corte di Giustizia europea.

2. È emersa poi la peculiarità del sistema in Italia. Per esempio, nel campo dell'edilizia da noi operano anche i geometri e i periti edili, mentre in Francia se ne occupano solo gli architetti. La nuova direttiva europea non potrà non tener conto del nodo delle competenze, materia da noi sempre nebulosa e poco precisa. A far chiarezza non ha contribuito certamente il DPR 328, secondo cui l'ingegnere può iscriversi a 13 albi differenti. In questo modo è forte il rischio di perdita della cultura tecnica dell'ingegnere, oltre che il pericolo per il cittadino/utente di non poter fare una scelta oculata sul professionista che possa risolvere il suo problema contingente.

In un mercato sempre più complesso, globalizzato e permeato di tecnologia, sembra un controsenso abbassare le soglie di formazione, anziché innalzarle. Più logico sarebbe che il sistema anglosassone e assimilati cercasse di recuperare il gap formativo e culturale che lo separa dal sistema latino; ma occorre anche che quest'ultimo tenga in maggior conto le necessità del mercato e del mondo del lavoro.

3. Da più parti è stato posto l'accento sulla necessità che l'opera del professionista debba essere improntata alla massima indipendenza e libertà d'azione. Ma, se anche nessuno degli oratori lo ha precisamente puntualizzato, queste sono prerogative tipiche e caratterizzanti del lavoro autonomo, cioè dell'ingegnere libero professionista; più concreto appare il rischio che tali principi siano compressi quando il professionista operi nel campo della Pubblica Amministrazione o con un rapporto di dipendenza nel settore privato, con situazioni che non sempre è possibile assoggettare a controllo, sia da parte degli Ordini che di altre istituzioni. D'altra parte il problema di individuare strumenti di salvaguardia dell'indipendenza del professionista nei confronti del datore di lavoro è molto sentito anche in altri paesi (come la Francia).

4. È emersa, più che in altre occasioni, una forte disponibilità (almeno a parole) delle istituzioni e del mondo politico a recepire alcune istanze dei professionisti. Anzi in alcuni casi si è trattato di una vera e propria esortazione a formulare proposte e soluzioni. Sembra quindi che anche per le problematiche degli ingegneri vada trovando applicazione il principio della "concertazione" fra le parti.

Paolo Steri

 
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