Le scelte difficili sulla crisi idrica:
desertificazione e scommesse pericolose

Nei numeri più recenti, Informazione si è astenuta dal trattare il problema della crisi idrica. Questa astensione, in particolare per quanto mi riguarda, non è dovuta nè ad un calo di interesse rispetto al passato nè ad una sorta di rassegnata constatazione che nulla di utile si possa ormai dire sull’argomento.

Il fatto è che il corpo sociale ha sempre maggiore consapevolezza dei problemi connessi con l'assottigliarsi della disponibilità d'acqua. E la questione idrica trova sempre più spazio, oltre che nella pacata sede della discussione di livello tecnico-scientifico, anche in quella, tumultuosa, del confronto e dello scontro fra le diverse posizioni finalizzato alla ricerca di soluzioni praticabili e, possibilmente, immediate.

Le pagine dei quotidiani riferiscono i contenuti di questo confronto ed i toni, via via più aspri, con cui si manifesta il contrasto tra gruppi sociali aggregati per tipo di domanda (uso agricolo contro uso potabile) o per dislocazione geografica (residenti in zone con disponibilità d'acqua contro conurbazione cagliaritana). In questo clima, è estremamente delicato o addirittura inopportuno, in rapporto al ruolo che ciascuno svolge all'interno degli organi direttamente interessati al problema, assumere una posizione che non può avere una valenza puramente e asetticamente tecnica.

È evidente infatti che ciascuno degli interventi in predicato, a causa di oggettive limitazioni, può portare, in termini di volume d'acqua utilizzabile, un contributo solo parziale. Ad esempio gli interventi, sicuramente doverosi, di riutilizzo delle acque reflue e di risanamento delle reti di distribuzione hanno il limite principale nel volume d'acqua trattabile e recuperabile. Al contrario, la dissalazione è limitata, in via principale, dai costi energetici e ambientali.

Il futuro assetto del quadro dei consumi dovrà essere individuato quindi, oltre che sulla base dell'ormai inevitabile ridimensionamento di quelli attuali, con il ricorso a sorgenti integrative che non sono singolarmente esaustive nè possono essere reciprocamente classificabili secondo una scala univocamente e universalmente accettabile.

L'optare per una o per un'altra di queste sorgenti poi non solo coinvolge riflessi economici rilevanti nella fase realizzativa, ma è anche suscettibile di privilegiare qualche settore di utenza rispetto ad altri. Siamo cioè in una tipica situazione in cui la decisione non può che essere riservata al livello politico: extra omnes! Comprendo, e condivido, pertanto il riserbo che colleghi direttamente impegnati nella materia hanno opposto a intervenire su Informazione nel momento attuale.

Da parte mia però almeno una cosa voglio dirla. Esistono dei settori d'opinione nei quali i concetti di "mutazione climatica" o "desertificazione" vengono se non proprio respinti, accettati con molte riserve. Queste riserve mi ricordano la scommessa di Pascal sull'esistenza di Dio. Nel nostro caso possiamo credere o non credere che sia in atto un cambiamento di clima, con la prospettiva che la desertificazione si realizzi davvero qualora non vengano assunti provvedimenti atti ad integrare in misura rilevante le disponibilità naturali locali.

Se scommettiamo che la mutazione climatica e connessa desertificazione siano reali, il rischio che corriamo è che i provvedimenti assunti per fronteggiarle possano, nel tempo, dimostrarsi esuberanti. Poco male, perchè basterà recedere da tali provvedimenti, e comunque saremo sopravvissuti (almeno come corpo sociale, se non come singole persone).

Se al contrario scommettiamo che mutazione climatica e desertificazione non esistono, e quindi nulla facciamo per integrare la disponibilità naturale, il rischio che corriamo nel caso perdessimo la scommessa mi pare incalcolabile, data l'immensità e irreversibilità dei danni. Ovviamente, come in tutte le scommesse, non si devono fare imbrogli: in particolare in questo caso occorre intendersi sul tempo della verifica. Mentre infatti non pare che sussistano incertezze sul momento in cui verificare l'esito della vera scommessa di Pascal, per il caso della mutazione climatica qualche margine di incertezza è invece possibile.

Al di là dell'impostazione scherzosa, intendo dire che mi lasciano molto perplesso i raffronti climatici sulle scale di mille anni: per trasformare in deserto la terra più fertile credo che mille giorni senz'acqua siano più che sufficienti. E per rendere inabitabile un agglomerato urbano mille ore senz'acqua sono fin troppe.

Giuseppe Concu

EDITORIALE

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