Interventi di recupero in un nucleo rurale: |
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Il recupero di luoghi che possiedono una forte caratterizzazione culturale e storica è stato studiato e affrontato sul piano urbanistico e architettonico soprattutto in relazione ai centri storici urbani, nella giusta convinzione che l'antico cuore della città debba essere protetto, anche in relazione alla crescita degli insediamenti nelle periferie, e valorizzato come memoria del luogo e risorsa per i suoi abitanti. Solo più recentemente - ma ormai da più di un ventennio, con il progressivo diffondersi di una cultura ambientale e di un uso ricreativo del paesaggio - si è sviluppato l'interesse per la salvaguardia dei borghi storici rurali, considerati come patrimoni storici e, come tali, preservati e protetti nelle loro peculiarità e specificità culturali. In particolare i piccoli paesi rimasti estranei alle logiche dell'inurbamento, che hanno nel tempo mantenuto i loro tratti caratteristici, possono e devono essere sentiti e vissuti dalla collettività come beni che qualificano l'umanità e come tali degni di diventare oggetto e soggetto di rispetto e protezione. In questi ultimi anni ho avuto modo di studiare e di lavorare al progetto e agli interventi di recupero di un piccolo comune della Catalogna, Sant Martí Vell, che può essere considerato un esempio molto interessante di luogo fortemente radicato nella sua identità e un'esperienza per me molto significativa di intervento architettonico e urbanistico in un borgo rurale. Compreso in un territorio di 17 kmq., chiuso tra la pianura e le boscose montagne delle Gavarrés, nella provincia di Girona, il paese è caratterizzato da un'economia agricola ancora tradizionale e dalla presenza di casolari e piccoli nuclei abitati, sparsi ed isolati tra i boschi e le campagne, tra cui Sant Martí Vell, che dà il nome all'intera zona e ne costituisce il nucleo più antico e importante. Il paese, benché poco distante dalle aree industriali ed urbanizzate e ad appena una ventina di chilometri da Girona, costituisce un microcosmo chiuso fra le colline e totalmente a sé stante. La struttura insediativa segue ancora il vecchio tracciato medievale, con al centro la chiesa, in stile gotico-aragonese, che sovrasta le case, costruite in genere secondo il modello tradizionale catalano ed utilizzando i materiali della zona. Sono case unifamiliari affacciate su patii, costruite su più piani (il piano terra è la zona per gli animali, il primo piano per le abitazioni, la mansarda per i magazzini), con i muri in pietra di Girona, incastonati da finestre, solai con piccole volte che scaricano su travi di legno, coperture a falde inclinate sormontate da tegole di terracotta. Sono poche le abitazioni che hanno variato nel tempo questa tipologia. Tra queste Can Llach-Guilla, che si trova ad est della chiesa: è una grande casa padronale di architettura modernista, con due grandi balconate al primo ed al secondo piano della facciata ed una grande torre quadrata nella parte superiore; nel passato al pianterreno funzionavano un mulino ed un frantoio. Sant Martí Vell, con le sue case allineate in prospettive sinuose attorno alla parrocchiale tardogotica, appare oggi al visitatore come un paesaggio da cartolina, come un luogo con una storia e una struttura urbanistica rimasti quasi inalterati nel tempo. Ma sino agli anni settanta questo patrimonio abitativo si presentava in grande stato di abbandono: diverse case erano ridotte in rovina e si erano creati degli spazi vuoti, causati dalle trasformazioni avvenute nel tempo, come accadde infatti con il trasferimento del cimitero (che fino al 1962 era addossato alla chiesa) o per il disfacimento di alcune costruzioni. Alla fine degli anni settanta Elsa Peretti, artista italiana e disegnatrice di gioielli per la casa americana Tiffany, scoprì il paese e se ne innamorò. Decise quindi di comprare e recuperare molte case con l'intento di dare un nuovo impulso ai luoghi. L'attività è continuata nel tempo attraverso l'istituzione di una fondazione intitolata a suo nome. È stato creato anche un museo, che oggi ospita una collezione di opere d'arte e gioielli, ed è in fase di realizzazione un centro che intende promuovere iniziative culturali e artistiche in favore dei giovani artisti. Con l'acquisto quasi totale delle case da parte di un privato e attraverso un accurato restauro, sia degli spazi esterni (la piazza prospiciente la chiesa, la pavimentazione delle stradine che attraversano il paese, le facciate degli edifici), sia delle case e degli spazi interni (curati fino al dettaglio dell'arredamento), è stato possibile riqualificare un intero paese. Ciò che colpisce particolarmente nell'iniziativa è che l'azione congiunta e coordinata degli interventi si sia potuta verificare grazie all'iniziativa promossa nel tempo da un unico committente, un personaggio illuminato e culturalmente adeguato a guidare il progetto, in assenza, per di più, di un piano regolatore che potesse normalizzare gli interventi. Lavorando per la Fondazione Elsa Peretti al rilievo delle case del paese, ho realmente toccato con mano ciò che era stato realizzato, imparando a riconoscere le linee guida e le scelte operate negli interventi di recupero: l'attenzione alla qualità degli spazi e alla relazione fra la struttura dell'esistente ed il costruito, al rapporto e alla gerarchia tra gli spazi (interno, interno/esterno, ambiente circostante); il cromatismo e la patina; la consistenza ed il controllo della luce; il dialogo fra i materiali coesistenti e le proporzioni e misure delle architetture. Tutto ciò, assieme all'utilizzo di nuovi materiali quali l'acciaio ed il cemento armato in sostituzione di vecchi elementi, ha permesso di ricucire, riparare, rafforzare l'esistente, senza snaturarlo. Mossa dalla suggestione dei luoghi e dai temi che la Fondazione e gli abitanti del paese ponevano come loro esigenze concrete, ho lavorato a un progetto di ricerca che ipotizza di creare un dialogo tra l'esistente e il nuovo, tra il passato e la contemporaneità: l'ampliamento del museo e di una nuova piazza antistante, come ridefinizione dell'esistente, e la costruzione di un nuovo edificio semi-ipogeico da adibire a biblioteca, come elemento completamente nuovo. Osservando e guardando i luoghi e gli spazi, ho cercato di trovare le idee e le immagini che mi potessero guidare nel lavoro per relazionarmi con l'esistente senza stravolgerlo. La luce che entra nelle case, l'introversione degli edifici, il colore ed il tipo di pietra utilizzata nella costruzione dei muri, il verde degli alberi e le macchie chiaroscurali della vegetazione che si insinua all'interno del tessuto edificato componendolo e definendolo, i vuoti ed i pieni all'interno del costruito, la topografia del paese, sovrastato come un vessillo dalla torre campanaria della chiesa: questi gli elementi che ho cercato di richiamare nel progetto. La piazza diventa il punto centrale attorno al quale ruotano tre elementi: l'ampliamento del museo, come riprogettazione di un edificio dismesso; il bar, ricavato all'interno di un locale esistente allo stesso livello della piazza; ed infine la biblioteca, adiacente al torrente che bagna il paese e che si collega alla piazza attraverso una passerella. L'edificio della biblioteca nasce dalla scommessa di poter superare e mettere in discussione l'esistente fortemente caratterizzato, oltrepassando il limite tra edificato e campagna tracciato dal torrente. Giocando con la topografia del luogo, posizionata in linea d'aria di fronte all'edificio che ospita l'ampliamento del museo, la nuova biblioteca da un lato si appoggia per tutta la sua lunghezza su un muro contraffortato, che contiene il terreno. Il muro è il cardine sul quale si articola il progetto: in basso contiene la terra, nella parte alta diventa lucernaio, e quindi fonte di luce per l'interno dell'edificio, incidendo nel terreno e creando un segno nel paesaggio, lungo il percorso che, partendo dal borgo, attraverso i boschi arriva sulla cima del monte al Santuario de la Mare de Deu dels Angels, che domina tutta la vallata. L'edificio possiede solo un fronte unitario visibile, rivolto verso il torrente e prospiciente la nuova piazza, che si trova dinanzi al museo. Il volume che affiora - un cubo che riprende la forma e le proporzioni della pianta del museo - è rivolto verso il bosco per creare una relazione di continuità tra paesaggio e costruito. L'ingresso conduce ad una scala collegata con la parte inferiore dell'edificio, che attraversa un locale a doppia altezza introducendo allo spazio della biblioteca vera e propria (posta a -4.75 m. rispetto alla piazza). Tutta la biblioteca si sviluppa lungo l'asse longitudinale compreso fra il muro di contenimento del terreno ed il muro che segna il canale del torrente. La forma allungata viene scandita in modo chiaro: sui lati, dai contrafforti che si susseguono in modo regolare e dalle librerie che arredano questo unico grande ambiente; sul soffitto, dai tagli di luce creati dai lucernai. La luce infatti viene solo dall'alto, come una pioggia che inonda lo spazio e rimarca la superficie dei muri laterali. Alle due estremità dell'edificio si trovano due patii: uno più grande, di sosta, e l'altro, più piccolo, dove le piante e gli arbusti esterni possono insinuarsi creando uno scorcio di vegetazione visibile all'interno della biblioteca. Il progetto definisce da una parte un microcosmo interno in cui la percezione del paesaggio è data solo da piccole suggestioni (la luce, i patii, la vegetazione che si scorge da lontano) rimanendo però concluso ed introverso; dall'altra invece il carattere esterno delle sue coperture segna il territorio, dando luogo a uno spazio di sosta, rivolto verso il paese, dal quale si può contemplare la sagoma del campanile prospiciente. Il progetto di ampliamento del museo affronta, come già indicato, il recupero di un edificio esistente, i cui muri esterni vengono utilizzati come un "contenitore" per racchiudere nuovi elementi. Il prospetto esterno sulla piazza, compatto, caratterizzato dalla pietra calcarea di Girona, mantiene invece il suo aspetto originario. Il volume (dalla pianta approssimativamente quadrata) è stato scavato al suo interno per ricavare un patio che dia luce a tutto l'edificio e crei un elemento centrale attorno al quale si muovono i percorsi interni. L'ampliamento costituisce la parte conclusiva del complesso espositivo e in esso si trova l'uscita, segnalata da un setto di cemento lavorato con tessiture differenti. La scelta di alcuni dettagli, che fanno da punto di unione con la struttura preesistente, tematizza ulteriormente il nuovo intervento: una copertura in cemento armato che affonda fra le pareti di pietra, uno scalino sospeso che funziona da ponte d'unione fra la vecchia e la nuova parte del museo, solette a sbalzo che non toccano mai la pietra della cassa muraria, nuove aperture del muro che creano scorci inaspettati. La scelta di utilizzare il cemento accanto alla pietra ricorre sia nel progetto della biblioteca che nell'ampliamento del museo. Nel primo caso, il cemento dà identità all'edificio, sottolineando la sua compattezza, mentre le sue differenti tessiture creano ed evidenziano le variazioni strutturali (come fra il basamento e le pareti laterali) o la differenza nel disegno dei suoi elementi. Nel secondo caso viene utilizzato nella copertura della nuova parte del museo e nei suoi dettagli per rimarcare gli elementi del nuovo progetto rispetto alle preesistenze costruite in pietra. Accostata al nuovo materiale, la pietra del luogo viene utilizzata nel progetto per pavimentare una parte della piazza e la copertura della biblioteca, in modo da creare una continuità fra gli spazi aperti. Per concludere vorrei sottolineare come in queste proposte di intervento vengano affrontati nello stesso contesto due aspetti del recupero, che generalmente sono visti in modo contrapposto e alternativo: da una parte un recupero conservativo intelligentemente guidato, che ha portato alla valorizzazione di un luogo in via di abbandono; dall'altra la proposta di nuove architetture all'interno di un tessuto definito e stratificato nel tempo. Progettare in un ambiente da tutelare ha significato a Sant Martí un'operazione che influenza di fatto qualsiasi intervento architettonico, culturale ed umano ed è per questo condizionata da diversi fattori: l'osservazione dell'ambiente, l'analisi delle necessità e dei problemi da affrontare e risolvere, il chiarimento degli obiettivi, la volontà di rispondere alle esigenze con criteri chiari e proposte che creino equilibrio e bellezza. Nel caso di un patrimonio già esistente, questa operazione di condizionamento assume alcuni tratti caratteristici che la differenziano da un progetto nuovo: il fatto che il preesistente è protagonista, l'attore principale del progetto. Intorno all'esistente girano e si sottomettono le decisioni da prendere e le proposte da fare. In funzione dell'esistente, delle sue leggi, del suo linguaggio originale, dei sui tratti tipologici e formali, il nuovo intervento dovrà operare, farà da complemento, da replica, da contrasto, fino a completare un opera che diventerà completamente nuova. Non vi è una formula infallibile da seguire più dell'osservazione attenta e accurata dell'oggetto da trattare, dell'edificio, del suo ambiente immediato. Inoltre è necessaria l'osservazione e l'analisi dei diversi processi che sono andati accumulandosi sul suo stato iniziale per arrivare a definire e seguire un criterio minimo: rispettare tutto ciò che è fattibile e che risponde alle nuove necessità che ci si propone di risolvere con l'intervento. Eliminare tutto ciò che può disturbare l'equilibrio e la coerenza del progetto. Aggiungere tutti gli elementi necessari e determinanti a conseguire una proposta globale e che sappiamo concordare con tutto ciò che si è mantenuto o rifatto dell'edificio. Ed infine non mascherare l'esistente ma mettere in rilievo i suoi valori essenziali, preferendo un'operazione di aspetto unitario e neutro, cercando di ricucire e rafforzare gli elementi esistenti anche scommettendo sull'applicazione di nuovi materiali. Gli studi e gli interventi dunque volti alla riqualificazione urbanistica e architettonica del patrimonio rurale, soprattutto al nord, non sono più un'eccezione, ma indubbiamente c'è ancora molto da fare per diffondere l'interesse per questi temi e incentivare progetti attuativi di qualità. Qualcosa si è fatto in questi anni anche in Sardegna, ma gli interventi sono stati spesso frammentari e attuati senza strumenti urbanistici adeguati, anche perché le amministrazioni, che dovrebbero promuovere ed incentivare le iniziative private, hanno difficoltà ad agire. Per poter intervenire in questo panorama di grande fragilità occorrono finanziamenti e, poiché i privati non sono disponibili ad investire sul recupero, è necessario che i committenti illuminati siano rappresentati dagli enti pubblici, che potrebbero elaborare i progetti utilizzando i Fondi Strutturali stanziati dalla Comunità Europea. Si aprirebbero così enormi prospettive per alcuni paesi dell'isola in cui potenzialità storico-culturali già presenti potrebbero sfociare in una reale crescita economica e sociale. Se consideriamo le vicende edilizie della nostra isola negli ultimi quarant'anni si può vedere però come siano stati cancellati molti saperi legati alla tradizione dell'architettura rurale e - come scrive Antonello Sanna (Paesi e città della Sardegna, volume I, Cagliari, 1998) - l'architettura popolare si presenti fortemente segnata dall'intreccio di una molteplicità di elementi, come "la bassa densità della struttura insediativa, il ridotto investimento in durabilità dei manufatti, la scomparsa dei magisteri e delle pratiche costruttive tradizionali, i nuovi modelli di consumo e di produzione edilizia", che hanno portato alla pratica diffusa di sostituire l'esistente con una nuova edificazione spesso scadente ed incontrollata. La casa montana del Nuorese, quella a cortile chiuso del sud, la casa di tipo elementare del nord-ovest, di cui parla Maurice Le Lannou (Pastori e contadini di Sardegna, Tours, 1941), che hanno caratterizzato per secoli l'habitat isolano, oggi si perdono tra tanti nuovi edifici di poco pregio e per lo più inconclusi. I muri spogli, le strutture scoperte, il calcestruzzo a vista già vecchio e logoro dal tempo, i ferri arrugginiti di quelle che desideravano essere delle case "grandi" e prestigiose, caratterizzano spesso l'edilizia privata dell'isola nei paesi o nei borghi urbani di periferia e, anche nelle zone più interne e conservative, come a Fonni, Gavoi o Desulo, si preferisce costruire su palattu piuttosto che le semplici domos antigas della tradizione. Nell'affrontare la riqualificazione del patrimonio rurale della Sardegna occorre tendere al recupero culturale dei materiali (come il "ladiri" o la pietra), oltre che della struttura degli spazi insediativi (tenendo conto dell'habitat tradizionale) e delle metodologie di costruzione, che devono essere incentivati insieme all'utilizzo di nuove tecnologie, badando sia alla qualità del "processo" che del "prodotto". Quanto è già stato sperimentato in altri contesti può essere quindi un bagaglio culturale da utilizzare per evitare di procedere a tentoni senza obiettivi ben precisi. Per questo motivo fra i requisiti necessari alle strategie d'intervento nel campo del recupero in Sardegna appaiono molto interessanti le proposte presentate da Maria Sias ("La qualità degli interventi di riuso", in Centri storici e territorio, Milano,1997): la redazione di un "manuale di recupero" che possa dare delle indicazioni precise, "specificamente per ogni ambito omogeneo"; l'attuazione "di iniziative intese a promuovere la crescita culturale di tutti gli operatori coinvolti"; "la promozione di azioni decise con funzione di supporto e di incentivazione delle arti e dei mestieri coinvolti nel processo di rinnovo; "l'attivazione di uno sportello di consulenza destinato all'utenza debole" attraverso "azioni di monitoraggio e controllo" finalizzate a prendere coscienza delle realtà con le quali si entra in contatto. Con questo non si intende affermare che la nostalgica riproposizione, conservazione e ripristino del passato siano la soluzione dei problemi edilizi dell'isola, perché il punto determinante è proprio il rapporto fra il "vecchio" ed il "nuovo", il modo in cui essi possono convivere e conciliarsi, senza cercare di fare pulizia per eliminare e sostituire gli elementi ritenuti ormai obsoleti, ma cercando di introdurre la vitalità del presente e della contemporaneità, salvaguardando e rispettando le aree sulle quali si va ad intervenire. Si tratta, a mio parere, di imparare a vedere e capire le peculiarità dei luoghi e di acquisire la capacità di riconoscerne gli elementi essenziali, cercando quindi, come avvenuto a Sant Martí, di sfruttare l'esistente come una risorsa culturale attraverso progetti coordinati sapientemente e basati sulla ricostruzione di un quadro conoscitivo locale. Il "recupero" deve essere percepito infine in una visione globale e inteso in termini architettonico-paesaggistici come recupero della memoria storica di un luogo, nel suo rapporto con il territorio e con le risorse rappresentate principalmente dai suoi abitanti. Silvia Bodei |
L'AUTRICE ![]() San Martí Vell,
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