Gli atenei sardi e le discutibili pagelle del Censis: |
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Il mese di agosto, come sempre impiegato per un sana rigenerazione del corpo e della mente, è stato allietato la scorsa estate dalle classifiche universitarie proposte dal quotidiano "La Repubblica" che ha diffuso, a puntate, un'elaborazione fatta dal Censis. Su quest'argomento si è già espressa la Conferenza dei Rettori che ha stigmatizzato, a nome di tutti i docenti, i parametri utilizzati per costruire la classifica definendoli senza mezzi termini "discutibili e inadeguati". Nel numero 6 della rivista SardiniusNews il collega prof. Guido Melis ha messo in evidenza alcune delle lacune presenti nell’indagine ma ha anche evidenziato alcuni ritardi degli Atenei sardi. Va preliminarmente detto che tutti i docenti universitari e in particolare chi scrive, sono consapevoli dei profondi cambiamenti ai quali la scuola in generale e l'Università sono e devono essere soggetti. L'Università sta transitando da un modello di libera accademia, in cui il rapporto docente/studente veniva regolato da lezioni alle quali lo studente era libero di partecipare e da esami finali che spesso costituivano l'unico momento di contatto col docente, a un modello, ormai utilizzato da tempo dai paesi più avanzati, in cui il percorso formativo e l'impegno dello studente viene programmato in dettaglio attraverso la definizione di un parametro che è il credito. Lo studente sarà, di fatto, obbligato a frequentare e dare subito gli esami, pena un possibile incremento delle tasse. Si dovrà arrivare a un'eliminazione del numero dei fuori corso, nonché a un più severo controllo dell'opera dei docenti. I corsi di studio dovranno finalmente essere dimensionati in modo tale che una gran parte degli studenti ottenga il sospirato titolo nei tempi programmati. Per intenderci: se per conseguire una laurea in Ingegneria sono necessari oggi teoricamente 5 anni, di fatto la media dei ragazzi finisce gli studi in otto o nove anni. E in questo siamo purtroppo allineati con le altre facoltà di Ingegneria italiane. Il nuovo ordinamento didattico non deve portare a una dequalificazione degli studi, ma a una maggiore razionalizzazione dei carichi di lavoro. Si parla quindi di 3+2 e di dottorato per consentire al singolo studente di fermarsi là dove le proprie possibilità gli consentono. Ma, tornando alle classifiche proposte da "la Repubblica", ribadendone lo scarso valore e la mancanza di attendibilità, va chiarito che i confronti e le eventuali classifiche fra le Università sono strumenti da accettare e non demonizzare, servono per definire gli standard necessari, per evidenziare ritardi e squilibri. Il problema sta nel considerare i parametri giusti. L'Università italiana è stata condizionata da un modello comune definito prima dal Ministero della Pubblica Istruzione e recentemente dal Ministero della Università e Ricerca scientifica. Si consideri la formazione dei quadri: i docenti venivano assunti per concorso nazionale, gli ordinari per titoli, gli associati e ricercatori per titoli e esami. I bandi erano nazionali e il livello dei vincitori non era uguale ma sicuramente comparabile, e molto spesso i migliori non provenivano dalle università di miglior fama. Quanto poi ai finanziamenti voglio ricordare che la gran parte di essi provenivano, direttamente o indirettamente, da fonte statale e erano quindi sicuramente insufficienti e distribuiti con criteri omogenei, anche se spesso non leggibili, su tutto il territorio nazionale. Questo discorso non vuol significare che l'Università sia la stessa dappertutto ma che il sistema di leggi che governava l'Università ha portato a un modello comune. Chi ha contatti con le università può cogliere facilmente questi caratteri comuni, antecedenti il sistema dell'autonomia di recente introdotto e avviato. L'Università ha sempre premiato il lavoro individuale. In tutti gli Atenei, in tutte le Facoltà, in tutti i Dipartimenti sono presenti aree, gruppi o singoli ricercatori eccellenti. Quello che spesso manca o è carente è la scuola organizzata sia da un punto di vista scientifico che didattico. Le nostre Università sono sempre state brodo di cultura dei singoli geni. Purtroppo questi sono pochi e spesso incapaci di organizzare quello di cui ha bisogno un Paese avanzato: una buona scuola di alta formazione in cui il livello medio dei docenti, del personale tecnico amministrativo, dei locali, delle attrezzature raggiunga lo standard europeo. E quindi in Sardegna come in tutte le altre Università è in corso una partita di trasformazione dal vecchio modello a uno nuovo. Non va peraltro negato il valore di alcune Università italiane: nel settore ingegneristico i Politecnici di Torino e Milano, che "La Repubblica", però, ha confrontato tout court con le altre Università senza evidenziare che i Politecnici hanno solo due Facoltà e quindi una funzione ben più specifica delle comuni Università. Con la recente legge dell'autonomia si verificheranno sicuramente forti diversificazioni fra le Università anche in quello che è il percorso didattico. Sarà allora sempre più necessario un confronto fra tutti gli Atenei. Per quanto riguarda le Facoltà di Ingegneria è in corso un dibattito per creare un organismo nazionale -analogo a quanto già si fa in altri Paesi - capace di valutare e accreditare i singoli Corsi di Laurea. In tal modo si creerà uno standard che consentirà il mantenimento di un buon livello della formazione universitaria. Recentemente nella Facoltà di Ingegneria di Cagliari, per la prima volta, abbiamo proposto agli studenti immatricolandi, un test di orientamento, che era obbligatorio ma non vincolante, ai fini dell'iscrizione. Il test è stato proposto a livello nazionale in 19 Università contemporaneamente. In alcune di queste, come il Politecnico di Milano e di Torino, questo test vanta una tradizione più che decennale. Ora i risultati vengono riportati sede per sede considerando una base di riferimento locale che prende in esame la media dei primi 10 punteggi più elevati. Non abbiamo raffronti fra sede e sede, comunque da una prima analisi fatta da chi scrive i candidati milanesi hanno ottenuto dei risultati decisamente migliori di quelli cagliaritani. Questo ci deve portare alla conclusione che a Milano vanno i migliori o che le scuole milanesi secondarie preparino meglio gli allievi? Non credo. Sono d'accordo col collega Melis sulla opportunità di pensare a specificità da sviluppare nei singoli Atenei, perché questo potrebbe andare incontro alle eccellenze singole presenti in ogni Ateneo. Ma questo potrà esser fatto a patto che prima si sviluppi tutta l'Università su standard soddisfacenti. È impensabile e velleitario sviluppare un settore a discapito di tutti gli altri. L'eccellenza può svilupparsi solo in ambienti che lo consentano. Non è sufficiente, in campo scientifico, essere bravi e avere idee se non si hanno mezzi e risorse. È noto che certi risultati si conseguono solo a patto di avere tutte le sovrastrutture necessarie. Francesco Ginesu |
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