Noi ingegneri, in una società che non ci chiede più |
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Nello sfogliare le bozze di questo numero di Informazione ho avuto per un po' la sensazione che esso sarebbe risultato, da un certo punto di vista, piatto, cioè con un contenuto di profilo non particolarmente elevato. Forse me lo faceva pensare il ridotto numero di quei simulacri della realtà su cui si basa tanta parte del nostro mestiere e che sono le formule, i diagrammi, le tabelle. È però bastata la prima lettura dei vari contributi per cancellare completamente questa sensazione. In particolare mi hanno indotto a riflettere le affermazioni del professor Annunziata riportate nelle ultime righe dell'articolo di apertura. "Ognuno di noi laureati in ingegneria dovrebbe sentirsi portatore di cultura... tecnica, ma sicuramente cultura... in modo che gli ingegneri possano dire la loro sulle grandi scelte che ci riguardano anche in quanto cittadini..." Ritengo che il professor Annunziata, da consigliere dell'Ordine, intendesse suonare la sveglia alla categoria, per invitarla a una maggiore consapevolezza del proprio ruolo e quindi a una presenza più attiva all'interno della società. Lo sviluppo della riflessione su queste affermazioni mi ha però portato a rovesciare il punto di vista: non dobbiamo sforzarci di assumere ma di esplicare appieno un certo ruolo, perché in realtà la società ce lo ha già attribuito senza chiedere il nostro consenso (e forse senza che qualcuno di noi, per diversi motivi, abbia percepito fino in fondo la portata di tale attribuzione). Penso al punto di vista che il resto della società ha ormai adottato nei confronti delle categorie, come quella degli ingegneri, a cui sono affidate la produzione e la gestione di una rilevante parte dei beni e servizi su cui si basa l'attuale vivere civile. Oggi la società non chiede più all'ingegnere soltanto di sapere ideare e fare di conto per la materiale realizzazione di un bene (ad esempio una strada) o di un servizio (i trasporti che su quella stessa strada si possono svolgere): questo non è neppure in discussione, è scontato. Quello che il committente, pubblico o privato che sia, in rapporto di prestazione libero-professionale o di inquadramento gerarchico, chiede oggi all'ingegnere è di saper anche seguire i percorsi normativo-finanziari, le procedure programmatorie, le implicazioni sociali e quant'altro occorra per giungere a un risultato funzionalmente compiuto. Anche senza scomodare la famigerata 109 o le norme comunitarie, basta pensare alle problematiche connesse con la realizzazione di una qualunque opera di un certo rilievo in un ambito comunale per convincersi che quanto, seppure in modo approssimativo, ho appena detto risponde nella sostanza a verità. Ci si attende da noi, e non da ora, una disponibilità e una capacità d'applicazione di conoscenze e di competenze ben più ampie di quelle per le quali siamo stati formati nel corso dei nostri studi. Ebbene, la lettura anche veloce degli articoli che compongono questo numero indica che essi sono perfettamente conformi al punto di vista che ho esposto: è presente in essi l'animus di utilizzare il patrimonio di conoscenze professionali nell'interesse del bonum commune della società. Da questa constatazione ne discende poi un'altra che per me - e credo anche per i collaboratori - è gratificante: la rivista è luogo di dibattito culturale nel quale confluiscono contributi intellettuali conformi a quelli che la società si attende da noi. Per questo ringrazio di cuore quanti hanno collaborato, con un particolare riferimento all'ingegner Rassu del quale - come nelle altre occasioni - non posso che apprezzare il dotto, e nello stesso tempo distensivo, apporto culturale. [g. c.] |
EDITORIALE |