L'evoluzione delle fiere come luoghi di incontro |
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Le aree di nuova centralità si moltiplicano nel tessuto urbano, modificando non più la geografia o la geometria della città, ma il suo equilibrio gravitazionale rispetto ai complessi sistemi di rapporti che essa intesse con il territorio. Aree dismesse dall'industria allontanata dalla città, vecchi contenitori in disuso, edifici storici svuotati vengono trasformati in musei, centri commerciali e spazi espositivi, fieristici e congressuali. Rientrano nell'uso della città con veste nuova, contribuendo a formare la sua nuova immagine. A giudicare dall'importanza degli investimenti che nei siti dismessi si sono profusi, si potrebbe affermare che la ragione profonda di riedificare la città sia la volontà di sviluppare nuove forme di relazione, convivialità e di comune esistenza. Oggi per la maggior parte i luoghi di incontro cittadini vivono un profondo mutamento in termini di ridefinizione delle loro funzioni. Infatti, le nuove realtà quali i centri commerciali, le stazioni, i terminal delle reti di trasporto extra-urbano, i padiglioni della cultura, dell'arte e dello spettacolo ed i parchi tematici, rappresentano tutti realtà che integrano le funzioni urbane. L'esperienza che in tal senso forse mostra la maggiore applicazione in ambito urbano è rappresentata dai quartieri fieristici. L'evento fieristico si è progressivamente arricchito di funzioni, tanto da diventare oggetto stesso di competizione territoriale. Il disegno degli spazi e degli ambienti che compongono la fiera è frutto, oltre che di valutazioni economiche ed urbanistiche, anche di considerazioni socio-comportamentali, che coniugano i principali momenti dell'attività fieristica. Tra questi si possono individuare:
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L'AUTRICE. |
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Le fiere rappresentano pertanto uno straordinario territorio di elaborazione progettuale e, ampliando le tradizionali competenze dell'architettura e dell'urbanistica, conducono alla elaborazione di nuovi modelli teorici e progettuali coerenti con le esigenze in continuo cambiamento. La consapevolezza della complessità temporale degli eventi e degli effetti che si generano per gli espositori e visitatori ha prodotto forme non più legate all'idea di allestimento stabile (piazze, centri commerciali etc.), bensì forme flessibili in relazione alle esigenze fieristiche ed altresì urbane. Possiamo pertanto affermare che la caratteristica più significativa che meglio rappresenta la fiera è data proprio dalla sua multidimensione temporale. Tuttavia detta caratteristica non fa che rendere più complesso il processo di pianificazione e progettazione urbana, che richiede elevati livelli di integrazione con la città, quali:
In tal senso, la fiera conduce al superamento del pregiudizio architettonico che stabilisce gerarchie di qualità in base alla durata. Le attuali esperienze mostrano invece un diverso pensiero progettuale degli elementi dell'opera da realizzare, secondo differenti scale temporali. In detta complessità l'elemento che apporta ordine e rigore è dato dal layout fieristico. Tramite il layout è infatti possibile comporre lo spazio, offrire una precisa impostazione progettuale, con una valutazione funzionale ed estetica, determinante anche l'immagine della manifestazione. Analogamente alla struttura urbana di una città, nascono e crescono i quartieri fieristici, con la differenza che la prima è riferita ad un "tempo eterno o quasi", l'altra invece ad una "multidimensione temporale". Tuttavia, sebbene la scala dei quartieri fieristici risulti assai diversa rispetto alla dimensione urbana di una città, appaiono analogie fortissime come le piazze, i viali alberati, i punti di ristoro e di informazione. Nel quartiere fieristico rivestono un significativo ruolo i cosiddetti spazi di relazione, specialmente se "vuoti", le cui funzioni mutano da evento ad evento e nel corso dell'evento medesimo. Per comprendere l'importanza di tali aree si può considerare che solo metà della superficie di una manifestazione fieristica è occupata da zone espositive; da ciò si deduce che la restante metà è impegnata da zone comuni. Siamo così di fronte ad un rapporto uno ad uno tra superficie espositiva ed i "vuoti". Ciò si verifica certamente all'interno di una struttura urbana; infatti il rapporto risulta maggiormente a favore del costruito rispetto al "vuoto". Detto vuoto non è solo privo di contenuti e funzioni, ma rappresenta spesso, secondo Jane Jacobs (1) "la piaga dei vuoti di confine". Infatti, sempre secondo Jacobs; "alcuni confini riducono l'intensità d'uso in quanto vengono attraversati da chi abita da una parte di essi... Altri impediscono l'attraversamento in entrambi i sensi... Altri confini ancora presentano scarsità di usi lungo i loro margini...", creando così un elemento di rottura con il layout della città e quindi sfavorendo relazioni ed incontri. Si potrebbe quasi affermare che la fiera rappresenti la città, ma in particolare la città monografica, formata solo da negozi merceologicamente omogenei. Per spezzare questo carattere monotematico, la progettazione dei percorsi, dei vuoti e del verde, come pure dei colori e della luce rappresentano gli elementi maggiormente curati, anche negli allestimenti. Alcune esperienze mostrano come una esposizione estremamente monotematica possa essere arricchita di contenuti ed elementi di rottura, quali opere d'arte e sculture in genere. Tuttavia, nella progettazione e nell'allestimento fieristico non sono solo gli elementi oggettivi a caratterizzarne la forma, ma assume un ruolo dominate l'elemento soggettivo. Se per gli elementi oggettivi esiste un'ampia letteratura, per quelli soggettivi il tema deve essere ancora in gran parte sviluppato. Il vasto complesso degli aspetti tattili, matriciali, delle impressioni cromatiche, degli stimoli olfattivi, delle sensazioni di luce e delle vibrazioni acustiche sempre più spesso si propone nelle manifestazioni fieristiche. Significativi sono infatti i casi di arredo urbano (sedute, tavoli, vuotatoi etc.) in tutto identici nelle caratteristiche formali e funzionali, prodotti però in una gamma differenziata di colori, tessuti e finiture, al fine di soddisfare una pluralità di gusti. È come se gli aspetti oggettivi e funzionali necessitassero di una univoca soluzione, mentre le differenze soggettive - per la loro realizzazione - richiedessero una varietà di soluzioni a livello tattile, cromatico per amplificarne le percezioni. Questa architettura più comunemente chiamata sensoriale implica tuttavia notevoli sforzi di sperimentazione ed applicazione. Inoltre, dal momento che la sensibilità individuale varia nel tempo, è necessario riconoscere una metodologia che consenta di ricostruire i trend e le trasformazioni nella cultura progettuale, che proprio nelle fiere trova il maggior campo d'azione. In altri termini, nel caso fiera, caratterizzato dall'effimera vita degli spazi costruiti o semplicemente allestiti, che stimola la ricerca e la sperimentazione a tutto campo, ha contribuito a rompere il tradizionale rapporto forma/funzione. Tuttavia non è facile comprendere le numerose relazioni che derivano dalla fiera, da quelle che permangono o che da essa si generano. Secondo Marek Nester Piotrowski (2) la fiera "permette di realizzare spazi che in altri casi non sarebbe possibile attuare. È un grande laboratorio e nello stesso tempo un luogo di confronto, non solo dei prodotti ma anche del modo di pensare sul costruito dove ogni tanto è permesso scherzare, essere ironici e poetici. Gli elementi positivi permangono, gli altri scompaiono a manifestazione smontata." A ciò bisogna poi aggiungere anche l'attività congressuale che si lega a quella fieristica. Le varie attività che condividono il medesimo pubblico rappresentano forse una delle forme maggiormente riscontrabili in ambito fieristico, in grado di generare un effetto trainante e moltiplicatore. A tal proposito il grande evento, oltre ad essere un forte elemento attrattore per la comunità, rappresenta altresì un elemento di curiosità anche per i più scettici. Non è infatti difficile trovare all'interno della fiera più di un motivo per visitarla. Basti pensare alla fiera della nautica di Genova, dove l'informazione e la possibilità di toccare con mano sono alla portata di tutti, insieme alla possibilità di visitare mostre di natura storica relative alla navigazione, come pure spazi organizzati per bambini, sia educativi che riferiti al gioco. Poiché gli allestimenti mutano e cambiano e si diversificano, il bisogno di fiera, aldilà dei suoi contenuti, rimarrà un bisogno urbano. Infatti, come abbiamo già visto in precedenza, oltre alla grande scala dimensionale dei complessi fieristici che incide sulla città, sono numerosi gli elementi che accomunano la fiera con la città stessa. Tuttavia, pur presentandosi numerose analogie, vi sono esperienze fieristiche scarsamente relazionate con la città, tanto che risultano essere vaste aree recintate, impedendo la connessione con la città anche in maniera visiva. La fiera, intesa come "megalopoli specializzata", deve inoltre risolvere il problema del traffico che da essa si genera, nonché quello delle ditte, dei produttori e dei visitatori, di solito non soddisfabili nella città reale. L'esperienza, anche quella più antica (3), mostra come il successo della fiera relazionata con la città è profondamente legato a due elementi principali:
Il primo elemento, quello meglio conosciuto come la parte statica della fiera, rappresenta un elemento strategico, grazie al quale si può abbinare la funzionalità delle strutture espositive con il tessuto urbano. Non a caso la collocazione della fiera è nell'urbano, perché è nell'urbano che nasce la sua necessità storica. In tal modo la fiera cessa di essere un buco nero all'interno della città, una barriera che è solo generatrice di traffico e di degrado, ma si costituisce come un centro propulsore della vita e della qualità urbana del territorio. Il secondo elemento è quello che corrisponde alla parte mutevole e dinamica della fiera e deve essere quindi in grado di cambiare e rinnovarsi, rigenerandosi anche a cicli brevissimi. Analogamente, le città devono incrementare la loro capacità di interagire, soprattutto per garantire logiche di cooperazione territoriale, all'interno di una rete di scambi mutevole in relazione all'oggetto degli scambi. Detto sviluppo di interazione urbana si attua prevalentemente attraverso due processi a loro volta interagenti:
In particolare del primo processo si è già discusso in precedenza, mettendo in evidenza il recente ruolo che detti luoghi rivestono, definiti anche "le nuove porte della città". Per quanto riguarda invece il secondo processo di interazione urbana, le fiere rappresentano forse la dimensione più evoluta e radicata nel tempo. Infatti, oltre a riproporsi secondo una stabile programmazione pluriennale, esse sono spesso corredate da nuove iniziative che rappresentano veri elementi catalizzanti per la città. I quartieri fieristici non a caso ospitano eventi che si svolgono in duplice scala: quella urbana e quella che travalica i limiti di questa realtà, potendo ospitare anche manifestazioni di respiro internazionale. Si potrebbe quasi affermare che la recente tendenza degli spazi fieristici sia per certi versi analoga a quella del Forum romano. Questo infatti, da luogo di scambio (dal latino ferre = portare) si arricchì di nuove funzioni: a tal proposito, vennero edificate basiliche, edifici giudiziari, amministrativi e per gli affari, tanto da farne il centro della vita cittadina. Anche i quartieri fieristici ci sembrano avere una analoga storia. Inizialmente erano quasi esclusivamente luoghi di manifestazioni commerciali e di esposizioni di diversi settori produttivi. In seguito, a lato di tali attività, si sono sviluppati diversi altri eventi, con carattere anche celebrativo. |
![]() Studio di layout per Moda In, Milano 1998 ![]() Studio di layout per Mipel, Milano 2000 ![]() Studio di layout per una mostra d'arte, 1995. ![]() Studio di layout per BIT, Milano 1990. |
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La recente sfida dei quartieri fieristici è quella di generare cooperazione territoriale, in grado a sua volta di stimolare la competizione territoriale a favore della città ospitante. In altri termini, quello che nel passato era uno scambio i cui effetti territoriali potevano essere circoscritti in ambito nazionale ed internazionale, grazie alle nuove tecnologie di comunicazione presenta un'elevatissima diffusione dell'offerta e della domanda di beni e servizi. Proprio in tal senso la competizione territoriale diventa sempre più tangibile, e tanto più quando le fiere presentano un carattere urbano, ovvero in grado di offrire servizi ed immagini permanenti e temporanee di godimento diretto, ovvero senza mutare radicalmente i comportamenti e le abitudini dei cittadini. Il successo delle fiere urbane non è infatti solo frutto del bisogno di scambio e di relazione, ma anche del nuovo bisogno di città, espresso nell'aumento progressivo di spazio pro-capite. Il bisogno di città rappresenta una necessità ormai irrinunciabile che si esprime nello svago e nelle relazioni, oggi quanto mai necessarie, dal momento che i caratteri delle città si stanno modificando anche a favore di nuove componenti multi etniche delle quali siamo praticamente digiuni di conoscenze. Il disegno urbano della fiera, oltre a poter esprime architettura di qualità, detiene un ruolo che forse è ancora poco visibile, quello sociale e di conoscenza e scambio nell'era dei grandi movimenti demografici. Secondo Enzo Scandurra (4), la città non può essere che il "luogo dove hanno diritto a rappresentarsi tutte le minoranze, luogo non della inclusione totalitaria, ma dell'accettazione di tutte le differenze; luogo, in sintesi, della complessità del vivente. Un luogo, ancora, dove hanno diritto di espressione tutte le culture che hanno vita e nuove creatività, stili di vita, comportamenti, perché il rischio che oggi corrono le città è quello della loro omologazione e specializzazione, della fine della creatività, di essere espressione di una sola cultura che riproduce se stessa all'infinito". Quale luogo migliore se non le fiere, proprio per la definizione che abbiamo formulato, ovvero luogo di scambi economici e di relazioni sociali tra le più varie? Solo per citare un semplice esempio, basti pensare alla Fiera campionaria di Cagliari ed a quanto siano affollati i padiglioni riservati alle culture estere, talvolta anche più di quelli destinati ai prodotti tipici locali. In altri termini, il nostro progressivo bisogno di spazio pro-capite dipende, oltre che dai nuovi comportamenti urbani, anche dalle abitudini comportamenti delle popolazioni multi-etniche che in maniera decisiva si inseriscono nelle nostre città. In conclusione, nella città che cambia sia per composizione demografica come per comportamenti, risultano quanto mai necessari spazi di mediazione quali le fiere, in grado di soddisfare quanti più aspetti possibili, passando dal commerciale al sociale, per far sì che la nuova configurazione di città non sia in perenne entropia. Ginevra Balletto |
Note [ 1 ] Giornalista. Jane Jacobs (1989) Vita e morte delle grandi città, saggio sulle metropoli americane. Edizioni di Comunità. [ 2 ] Esperto internazionale in materia di fiere, è responsabile della progettazione degli allestimenti della Fiera di Milano. Dal 1990 al 1997 ha ricoperto l'incarico di art director di Expo cts, realizzando grandi impianti allestitivi per settori della moda, dell'arte, dell'antiquariato, del turismo e numerosi altri. M. N. Piotrowski (2002), Progettare in fiera progettare la fiera, Edizioni Lybra Immagine, Milano. [ 3 ] I mercati Traianei a Roma erano articolati e non disgiunti dalla città, mediante la presenza di edifici pubblici che perimetravano senza recintare. [ 4 ] Insegna presso la Facoltà di Ingegneria de "La Sapienza" di Roma. Si occupa di problemi di pianificazione della città e del territorio. Enzo Scandurra (1999), La città che non c'è, la pianificazione al tramonto, Edizioni Dedalo, Bari. |



