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"Il coraggio di rinunciare a una grande occasione"

Tema complesso e delicato, quello dell'etica professionale, l'insieme dei doveri legati alla professione, il complesso di norme morali e sociali che la disciplinano. Non tutte le regole sono scritte; molte appartengono alla persona, ai valori che coltiva ed esprime. Tutte pretendono rettitudine ed onestà intellettuale sia con chi ci affida un incarico, sia con l'utenza finale del nostro lavoro, cioè i cittadini. Penso che questi ultimi vadano sempre privilegiati. Se, infatti, la professione richiede serietà e competenza e non ammette esitazioni, perché siano attese le aspettative del committente, un'opera - ancora di più se si tratta di opera pubblica - è destinata ad assolvere un compito importante, al servizio della collettività, e deve essere "pensata" e progettata tenendo conto di queste esigenze. Questo è il senso sociale.

Esistono responsabilità da tenere costantemente presenti nello svolgimento dell'incarico perché il risultato sia quello sperato. Devo dire che, nella mia lunga vita professionale, ho incontrato colleghi che hanno onorato la professione; colleghi che hanno contribuito perché la nostra professione sia rispettata. A ciascuno di loro va, ovviamente, la mia riconoscenza. Un aspetto rilevante della deontologia professionale è il rapporto con i colleghi; deve essere improntato al rispetto e alla correttezza, prima di tutto sul piano umano.

È, questa, una delle primissime esperienze della mia "carriera"; un precedente che ho sempre tenuto presente nella lunga attività. Ingegnere di fresca data, pieno di entusiasmo e in attesa del primo incarico importante, che sembrava tardare ad arrivare - perché quando si è giovani si ha sempre fretta - avevo ottenuto, attraverso l'interessamento familiare, quel sospirato incarico: progettare un ospedale, in un grosso centro dell'interno. È passato tanto tempo che forse è lecito riferire i particolari. Quell'ospedale era di Isili, il cui sindaco, fatto abbastanza inusuale allora, era una donna; amica di mia madre.

Le madri sono sempre accorate quando sostengono le buone ragioni dei figli; lo fu anche mia madre, con tale trasporto, che l'amica sindaco si decise: sarebbe stato il giovane ingegner Musio a progettare l'opera. Fu un momento di euforia, forse di vanità. Quell'incarico mi avrebbe dato notorietà, mi avrebbe spinto col vento in poppa verso mete importanti. Anche la mia famiglia faceva affidamento sul mio successo.

Venni a sapere, però, che quell'incarico era stato promesso ad un collega. Una promessa quasi formale, anche se non definitiva. Io non conoscevo quel collega, non avevo cioè nessun motivo personale per essergli amico oppure ostile; ma era un collega, ed era arrivato prima di me. Rinunciai. Non delusi nessuno, neppure mia madre, che alle buone regole sociali ci aveva sempre educato. E non provai alcun rincrescimento per l'occasione mancata. Dal momento che credo - ma questo è un fatto assolutamente personale - nella superiore giustizia, ho pensato che quell'atto d'onestà professionale mi avrebbe aiutato. In realtà così è stato: gli incarichi, numerosi e importanti, sono arrivati.

Ho voluto citare un'esperienza personale, per dire come sia indispensabile il reciproco rispetto, sul piano umano e tecnico. Questa è una regola ferrea che dobbiamo osservare. Come gli amici sanno, sono un uomo di poche parole ed ho faticato abbastanza per scrivere queste quattro parole. In fondo, di parole non ce ne vogliono tante. Ognuno di noi sa a quali principi si ispiri la professione. Non occorre che sia io a richiamarli.

Voglio aggiungere che quando uno si avvia, come me, a concludere la carriera - fra qualche anno, come l'anagrafe impone - può provare soddisfazione voltandosi indietro e ripercorrendo il lungo percorso compiuto. C'è, nella vita, un bilancio per tutte le cose: se quello della professione è pulito, se le regole etiche e sociali sono state rispettate, sicuramente si prova soddisfazione. Quella soddisfazione che provo ed auguro a ciascuno di voi.

Josto Musio

 
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