La gestione del patrimonio edilizio, il report della Commissione Strutture

Data di pubblicazione: 
Martedì, Settembre 13, 2016

La gestione del patrimonio edilizio impegna in Italia una quota sempre più significativa dell’attività professionale e degli investimenti pubblici e privati. Se decenni fa i progettisti dedicavano una parte minimale della loro attività a questo ambito, riservandola in prevalenza alle nuove costruzioni, allo stato attuale la tendenza sembra essersi invertita.

Le ragioni sono di ordine strategico, sociale, economico e culturale. Esistono però anche aspetti tecnici scaturenti dalla pianificazione degli ultimi decenni a partire dal primo dopoguerra, che giustificano l’attenzione del mondo professionale ed accademico, nonché un allarme che si rinnova in occasione dei sempre più frequenti episodi di crolli o dissesti strutturali. Anche in Sardegna, dove il problema sismico è per ora fatto solo teorico e poco sentito, non mancano esempi di opere pubbliche o private, comprese quelle infrastrutturali, salite agli onori della cronaca a causa di disfunzionalità strutturali.

Del patrimonio edilizio complessivo, che secondo le elaborazioni del CENSIS, al 2001 consta di 62,5 milioni di immobili (il 92% circa a destinazione residenziale con le relative pertinenze), per un valore complessivo di 6500 miliardi di euro, oltre 11 milioni versano in condizioni di conservazione mediocri o pessime, 3,6 milioni sono in stato di degrado per ragioni tecniche (63,5%) e per età (36,5%), mentre oltre 6 milioni sono a rischio sismico. È pertanto prevedibile che negli anni a venire questo tema sarà sempre più emergenziale, in aggiunta alla costante attenzione che un paese come l’Italia non può non avere nei confronti di quella quota significativa del patrimonio esistente ascrivibile alla sfera dei beni culturali.

Gli aspetti tecnici che interessano il professionista sono: l’obsolescenza del patrimonio esistente; la scarsa qualità anche legata a fattori socio-culturali come l’abusivismo; la vulnerabilità sismica del costruito.

Quanto al primo punto è utile ricordare che oltre il 50% del patrimonio costruito è stato edificato durante il boom edilizio degli anni ’50 e ’60, mentre un’altra buona fetta è costituita da opere in cemento armato risalenti agli anni ‘60 e ’70. Parliamo quindi di strutture che hanno mediamente superato la soglia di vita utile dei 40 anni, oltre la quale si rendono fisiologicamente necessari interventi di manutenzione straordinaria.

Il fenomeno dell’abusivismo edilizio tristemente diffuso nel nostro Paese ha imperversato sino agli anni recenti, in qualche modo incentivato anche dalle politiche dei condoni, e solo tamponato da interventi legislativi come il D.M. 15/05/1985 «Accertamenti e norme tecniche per la certificazione di idoneità statica delle costruzioni abusive». Il fenomeno ha evidentemente portato con sé pratiche di progettazione ed esecutive poco limpide e non di qualità, con scarsa attenzione ai controlli sui materiali, nonché mancanza di documentazione utile per gli interventi successivi.

Quanto alla mancanza di documentazione si rileva che oltre il 55% degli immobili sono stati edificati in epoca precedente alla L. 1086 del 5/11/1971 (entrata in vigore dal 5/01/1972) che sancisce il deposito degli elaborati strutturali presso gli ormai ex uffici del Genio Civile. Buona parte dei manufatti sono stati quindi realizzati, se non abusivi, in regime del D.R. n° 2223/1939 che prevedeva una denuncia di inizio attività sulla base del progetto di massima, il collaudo, ma non il deposito degli schemi esecutivi. D’altra parte non mancano episodi di perdita delle pratiche anche per depositi avvenuti negli anni successivi.

Il terzo aspetto è quello dell’elevata Vulnerabilità Sismica del costruito del nostro Paese, caratterizzato da una Pericolosità di Base medio-alta nel contesto dei paesi del Mediterraneo e che ha contato circa 120000 vittime negli ultimi 100 anni e 145 miliardi di euro di danni negli ultimi 25.

Questa criticità è da una parte conseguenza degli aspetti precedentemente menzionati, ma sconta anche un difetto di concezione progettuale di base, giacché oltre il 70% degli edifici esistenti è stato progettato in epoca precedente le moderne norme sismiche di seconda generazione che prendono le mosse dalla L. 64 del 2/02/1974, ma soprattutto in base ad una classificazione sismica in costante aggiornamento che fino agli anni ’80 considerava come non classificato quasi la metà del territorio nazionale. Solo con la classificazione del 2003 legata all’emissione dell’Ordinanza PCM 3274, per esempio, i comuni classificati in zona 1, 2 e 3 sono passati da 2965 (37% del totale dei comuni italiani) a 4671 (58%) ed è stata introdotta la zona 4 a bassissima sismicità, ragion per cui il territorio italiano è infine divenuto interamente sismico. Per esempio, nell’ambito delle costruzioni in c.a., solo con documenti come la Circ. n. 65 del 10/04/1997, che ha peraltro trovato scarsa applicazione, si è iniziato a dare la giusta centralità a quei dettagli costruttivi di moderna concezione in grado di garantire soglie minime di duttilità agli elementi strutturali.

In questo contesto la normativa attualmente vigente, Norme Tecniche delle Costruzioni, contenuta nel D.M. 14/01/2008 (in seguito NTC), unitamente alla Circ. n. 617 del 2/02/2009, pubblicate rispettivamente nelle GG.UU.n.29 del 4/02/2008 e n.47 del 26/02/2009, dedica uno spazio specifico alle costruzioni esistenti. Il Cap. 8 riporta i concetti fondamentali per un approccio razionale alla progettazione degli interventi sui manufatti esistenti, con un’impostazione marcatamente prestazionale, più di quanto non avvenga negli altri capitoli della norma. Non mancano però i vincoli prescrittivi attraverso cui il normatore oltre a preservare la sicurezza delle strutture ha inteso introdurre degli elementi strategici per la gestione del patrimonio esistente, tenuto conto del predetto stato di vulnerabilità diffusa. I suddetti documenti sanciscono un definitivo allineamento della normativa italiana agli Eurocodici strutturali, anche nel carattere della prestazionalità, che d’altra parte possono essere utilizzati in sostituzione, o in affiancamento, alla norma italiana, attraverso la mediazione delle Appendici Nazionali, pubblicate in Italia con decreto del 31/07/2012 nella G.U. del 27/03/2013. A tal proposito il cap.8 condivide una buona parte dei suoi contenuti con la norma europea UNI EN1998-3:2005 «Progettazione delle strutture per la resistenza sismica – Parte 3: valutazione e adeguamento degli edifici». È pur vero che l’argomento non poteva che essere sviluppato attraverso un’enunciazione qualitativa di principi e indicazioni prestazionali, per effetto della varietà degli obiettivi, delle tipologie strutturali e delle tecniche costruttive che l’ambito ricomprende, nonché delle tecnologie di intervento in costante evoluzione. In altre parole, la variegata casistica di situazioni in cui un professionista può incorrere, rende ogni caso un unicum di difficile standardizzazione. Indicazioni pratiche e operative e, di fatto, la chiave interpretativa del testo normativo sono contenute nel corrispondente capitolo della Circolare, documento ponderoso e corredato da appendici, in particolare la C8A che offre utilissime indicazioni in merito all’analisi delle strutture in muratura, i modelli di capacità per gli elementi strutturali, i criteri e i modelli di capacità per gli interventi, ecc.

Si rammenta che la Circolare assume carattere cogente solo per le opere pubbliche, mentre il suo utilizzo è facoltativo in ambito privato, ma d’altra parte non si vede quale possa essere un migliore strumento applicativo dei principi della normativa. Peraltro quest’ultima apre all’utilizzo di diversi documenti tecnici, normativi e di letteratura, di riconosciuta autorevolezza al livello nazionale e internazionale; pertanto possono essere convenientemente utilizzate, per esempio, le istruzioni del C.N.R., come le CNR-DT 200R1/2013 per il progetto dei rinforzi in FRP, o norme internazionali come le americane FEMA, utili per esempio per l’impostazione delle analisi di Pushover.

Quando l’oggetto dell’intervento è un bene tutelato ai sensi del Codice dei Beni Culturali (art.29, D.lgs 22/01/2004 n. 42), o comunque di valenza storica, le NTC rimandano invece alla «Direttiva del Presidente del Cons. Minn. per la valutazione del rischio sismico del patrimonio culturale con riferimento alle norme tecniche delle costruzioni»del 12/10/2007 (G.U. n.24 del29/01/2008), aggiornata con la Direttiva del 9/02/2011 (G.U. n.47 del 26/02/2011), che ne ricalca l’impostazione.

Tra i vari aspetti, la norma ha il pregio di aver codificato e dato giusta enfasi al percorso conoscitivo attraverso cui il professionista perviene alla necessaria conoscenza del manufatto su cui intende intervenire, precondizione per una progettazione consapevole, efficace e non dannosa. Tale percorso può essere articolato secondo differenti e progressivi gradi di approfondimento, cui corrisponde diverso onere tecnico ed economico e diverse problematiche logistiche, detti Livelli di Conoscenza (LC). Il fatto di scegliere diverso grado di approfondimento nelle indagini viene scontato attraverso dei coefficienti di sicurezza supplementari detti Fattori di Confidenza (“coefficienti di ignoranza”, ndr). In particolare, oltre alle metodologie di indagine che impiegano tecniche tra cui quelle non distruttive (NDT), costantemente oggetto di ricerca ed evoluzione tecnologica, la norma sottolinea l’importanza spesso sottovalutata dal professionista, dell’analisi storico-critica operata attraverso la raccolta di documentazione in tutte le forme disponibili (elaborati progettuali, certificati, contratti di fornitura, documentazione contabile, articoli, ecc.), che nel caso degli edifici storici, comunemente oggetto di superfetazioni e di articolate vicissitudini nel corso della loro vita utile, si configura come strumento conoscitivo di capitale importanza; sfortunatamente la ricerca di tali riscontri documentali può essere difficoltosa o non di rado infruttuosa, soprattutto per gli edifici più datati. Nella Circolare il discorso è sviluppato dal punto di vista applicativo in modo differenziato per le principali tipologie costruttive e vengono fornite delle indicazioni operative su come raggiungere un prefissato LC, con valori suggeriti per i fattori FC.

Un aspetto che merita un certo approfondimento è la classificazione degli interventi strutturali di cui al §8.4, che introduce elementi di criticità sia nell’interpretazione, sia nella misura in cui può modificare in modo sostanziale la portata dell’intervento stesso, con conseguenze sgradevoli ai progettisti, soprattutto in zone a bassa sismicità come la Sardegna.

Preliminarmente la normativa introduce il concetto di Valutazione della Sicurezza (VS), come procedimento quantitativo, volto a determinare la condizione di un manufatto rispetto alle prestazioni attese ai sensi delle NTC e che richiede quindi l’individuazione di schemi statici, scenari di carico, proprietà dei materiali, modelli di capacità e la predisposizione di un modello matematico di riferimento locale o globale. In generale la VS dovrà quantificare la situazione pre- e post-intervento, dimostrandone l’utilità. A seconda dei casi questa valutazione potrà assumere la forma delle comuni analisi e verifiche strutturali, anche sperimentali, ovvero di un’Analisi di Vulnerabilità Sismica. Il fatto che queste analisi debbano consentire una valutazione quantitativa pre- e post-intervento non è banale, né sempre agevole, giacché alcuni interventi a carico delle strutture esistenti, per esempio di riparazione o consolidamento, sono disposti sulla base di valutazioni qualitative che non sempre, o non agevolmente, si riesce a tradurre in un modello matematico (p.e. iniezioni consolidanti, cuciture, incatenamenti). Rimanendo indubbio il fatto che un ingegnere debba trovare il modo di giustificare per via numerica le scelte progettuali, è opinione degli scriventi che a seconda dei casi si possa ricorrere, non solo a schemi semplificati per effettuare la VS, ma anche a considerazioni di tipo qualitativo. È significativo che l’attenzione possa andare ai soli Stati Limite Ultimi (SLV o SLC in ambito sismico), mentre la verifica degli Stati Limite di Esercizio è affidata caso per caso alle valutazioni del progettista di concerto col committente.

La Norma sottolinea le situazioni in cui è fatta richiesta al professionista di procedere a questa analisi (§8.3), ovvero:

  • in occasione degli interventi strutturali di cui al §8.4;

  • situazioni di dissesto, disfunzionalità, degrado;

  • errori progettuali o di esecuzione;

  • cambio di destinazione o classe d’uso con variazione significativa dei carichi;

  • in occasione di interventi non strutturali se del caso.

 
Con questo la norma intende fissare i termini delle responsabilità del progettista strutturale nell’eseguire le valutazioni che attestino le condizioni di sicurezza di un opera, l’esito delle quali potrà essere eventualmente quello di prevedere interventi che garantiscano un atteso livello prestazionale, oppure fissare un sistema di prescrizioni d’uso (limitazioni, cambio di destinazione, declassamento) che si adatti alle condizioni di fatto.

Quanto alle tipologie di intervento strutturale, questo deve essere ascritto ad una delle seguenti categorie:

  • Adeguamento (§8.4.1);

  • Miglioramento (§8.4.2);

  • Riparazione o Intervento locale (§8.4.3).

In termini generali, un intervento strutturale, comunque esso sia classificato, non deve mai creare le condizioni per un peggioramento delle prestazioni di un’opera esistente, sia rispetto agli scenari di carico statici che sismici, a meno che essa non fosse già e permanga in condizioni di “adeguamento”.

Per Adeguamento si intende che la struttura venga ricondotta allo standard prestazionale delle nuove costruzioni (sempre col solo riferimento agli SSLU). È richiesto di effettuare la VS sull’intero organismo strutturale ed il collaudo statico a fine lavori. Gli interventi di Miglioramento sono quelli volti a garantire migliori condizioni di sicurezza rispetto alla situazione preesistente, e come al punto precedente sono richiesti la VS della struttura nella sua globalità e il collaudo statico. Si fa notare che, a differenza dell’accezione riportata nelle vecchie normative, come l’OPCM 3274 del 2003, i termini Adeguamento e Miglioramento non si riferiscono alla sola risposta sismica, ma alla totalità degli scenari di carico previsti per l’opera; per quanto nella maggior parte dei casi sia proprio la prestazione rispetto al sisma a rappresentare l’obiettivo più impegnativo.

Gli interventi di Riparazione sono quelli conseguenti alla presenza di un dissesto o una qualsiasi disfunzionalità di tipo statico, a cui si ponga rimedio attraverso opere che non modificano il comportamento dell’organismo strutturale, ivi compresa la mera sostituzione degli elementi strutturali. Nella stessa categoria ricadono quegli interventi, generalmente interessanti singoli elementi o porzioni limitate di struttura, di cui sia dimostrato l’effetto locale e che quindi, ancora una volta, non conducano ad una modificazione del funzionamento globale dell’opera. Come conseguenza la VS potrà essere condotta al livello locale, coinvolgendo tutti e solo gli elementi interessati dall’intervento direttamente o indirettamente e, in generale, non è richiesto il collaudo statico. Nella Circolare sono individuati alcune tipologie di opere che ricadono in questa categoria, come la sostituzione di coperture e solai (purchè non se ne modifichi le caratteristiche di massa e rigidezza), il ripristino o il rinforzo delle connessioni (posa in opera di tiranti e incatenamenti) e l’esecuzione di aperture in breccia nei muri portanti, ma solo sotto precise condizioni.

È compito del progettista di collocare nella giusta categoria l’intervento progettuale e rispettarne quindi le relative prescrizioni, fatti salvi i casi per i quali la norma richiede inderogabilmente che si pervenga all’Adeguamento dell’opera, ovvero:

  • le sopraelevazioni;

  • gli ampliamenti con opere connesse strutturalmente all’esistente;

  • errori progettuali o di esecuzione;

  • la disposizione di variazioni di classe o destinazione d’uso che comportino un incremento

    dei carichi in fondazione superiore al 10% della situazione preesistente;

  • la realizzazione di opere ed interventi che modifichino in modo sostanziale il

    comportamento dell’organismo strutturale.

La norma pone quindi un limite perentorio all’arbitrarietà delle valutazioni del progettista e, laddove l’intervento comporti una modificazione significativa delle condizioni statiche preesistenti, in genere in peggioramento come nei casi citati, impone che il progetto comprenda anche tutti quegli interventi strutturali atti a portare l’opera al livello di sicurezza richiesto alle nuove costruzioni. È fatta eccezione per i beni di interesse culturale, sui quali sono in genere disposti vincoli progettuali abbastanza stringenti e tali da escludere interventi come quelli succitati; in tal caso la richiesta della norma è quella di limitarsi al Miglioramento. Interventi come quelli elencati sopra sono tali da produrre una modificazione sostanziale del regime delle sollecitazioni della struttura nella sua globalità, possono modificarne la distribuzione delle masse e delle rigidezze e di conseguenza il comportamento dinamico e sismico; quindi l’imposizione dell’Adeguamento è dettato da ragioni di sicurezza, ma rappresenta per il legislatore anche l’occasione per favorire la riduzione della vulnerabilità del patrimonio esistente. Il processo logico che guida all’assegnazione di una delle tre categorie di intervento è schematizzato nella Fig.1.

 

Fig.1. Processo logico per l’assegnazione della categoria di intervento ai sensi del §8.4 delle NTC.

È abbastanza chiaro che a seconda della categoria in cui si ricade, l’onere di progettazione, la fase di indagine, le problematiche logistiche e in definitiva il costo delle opere, possono variare in modo sostanziale, fino a sollevare dubbi sulla sostenibilità economica o fattibilità tecnica dell’intervento. Nei casi di Adeguamento e Miglioramento è ovvia, ma certamente critica, l’esigenza di analizzare ed indagare l’organismo strutturale nella sua globalità ed eventualmente intervenire su ampia scala; mentre nel caso di un intervento di Riparazione o quando si sia certi che l’intervento si ripercuota solo al livello locale, l’impegno e l’onere economico sono in genere più contenuti. Quando l’intervento si pone un obbiettivo di natura strutturale dichiarato, la corrispondente categoria è automaticamente assegnata (p.e. riparazione di un dissesto o l’adeguamento sismico di un edificio strategico) e non sorgono ambiguità. Frequentemente però gli interventi strutturali sono a servizio di un progetto architettonico e discendono dalle esigenze della committenza di riqualificare un immobile o parte di esso, di ampliarlo o di effettuare un cambio di destinazione d’uso, per citare alcuni casi ricorrenti. In questo contesto la categoria d’intervento deve essere valutata e assegnata dal progettista strutturale e discussa col committente, con la possibilità di pervenire ad un progetto più oneroso del previsto, o di incorrere in problemi logistici nel caso in cui si intendesse operare solo su una parte di un organismo

strutturale più ampio. L’impostazione della normativa fa emergere quindi una criticità che mal si coniuga con alcune prassi progettuali diffuse soprattutto in regioni tradizionalmente non sismiche come la Sardegna, anche incentivate da provvedimenti normativi di rilancio del settore edilizio (p.e. L. Reg. n.4 23/10/2009), tese all’economicità di intervento e talvolta anche di progettazione, per la limitazione o addirittura, nei casi meno virtuosi, l’assenza della fase di indagine. Possono inoltre sorgere, anche nel rapporto con gli uffici tecnici deputati al rilascio dei titoli autorizzativi, o in occasione di contenzioso giudiziario, divergenze interpretative sulla natura di alcuni interventi, in particolare sul fatto che possano o meno definirsi “locali”. In tal senso è abbastanza significativo che numerose regioni abbiano deciso di emettere delle delibere finalizzate a dirimere i problemi interpretativi.

Articolo tratto dall’intervento dell’Autore in occasione del corso “Costruzioni esistenti in c.a.: valutazione, diagnostica e strategie di intervento”, Cagliari, 10-11 aprile 2015.

 

 

Riferimenti bibliografici

  1. D.M. 14/01/2008 - G.U. del 4/02/2008 n.29: Norme tecniche per le costruzioni;

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    delle Norme Tecniche per le costruzioni di cui al D.M. 14/01/2008;

  3. Direttiva del PCM 12/10/2008 - G.U. del 29/01/2008 n.24: Direttiva del Presidente del Consiglio

    dei Ministri per la valutazione e la riduzione del rischio sismico del patrimonio culturale con

    riferimento alle Norme Tecniche per le costruzioni;

  4. Regio Decreto 16/11/1939 n. 2229, 1939: Norme per la esecuzione delle opere in conglomerato

    cementizio semplice ed armato;

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    Cemento Armato, IUSSPRESS, ISBN 9788861980136, Pavia, 2007;

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